Giamaica non solo sole e mare

Giamaica. Sole, Mare, Reggae E… Mistero

 “La più bella isola che occhi umani hanno mai visto; montagne e terra sembrano toccare il cielo … tutto pieno di vallate, prati e pianure”. Queste le parole usate da Cristoforo Colombo sul diario di bordo, datate 4 maggio 1494, al suo approdo in Giamaica. È difficile immaginare che la visione paradisiaca che si apriva allo sguardo del navigatore genovese avrebbe in futuro potuto trasformarsi nello scenario di uno dei misteri irrisolti e con i risvolti più malvagi e occulti nella storia dei Caraibi.

Ma andiamo con ordine.

Da anni la Giamaica è una delle mete preferite da migliaia di turisti per le vacanze, soprattutto invernali, grazie a un clima accogliente anche quando tradizionalmente neve e freddo sono la consuetudine delle nostre giornate.

È l’isola della fuga! Dalle intemperie, dallo stress, dal cemento, dal lavoro. E perché no? Dalla fretta dettata dall’inesorabile “tic tac” dell’orologio, oggetto che in Giamaica esiste ma assume un significato molto relativo.

Spiagge, sole, mare. Sabbia bianca leggera come polvere, il mito di Bob Marley che con il suo Reggae ancora impera. I lunghi capelli “rasta” di uomini creoli (spesso con occhi verdi e fisici da togliere il fiato!) che professano una religione tutta autoctona.

Negril, Ocho Rios, Montego Bay. Le mete più gettonate.

A Montego Bay un mistero mai risolto.

Grandi alberghi e divertimento; serate in discoteche improvvisate sulla spiaggia alla luce dei falò e al ritmo delle orchestrine locali. A piedi nudi giorno e notte per non perdere neanche un secondo di quel caldo che il mar dei Caraibi regala ai suoi ospiti. La cucina lascia un po’ a desiderare, monotona e forse troppo speziata per i nostri palati, ma è davvero un piccolo prezzo da pagare per una vacanza di questa portata. Parafrasando il titolo di un film di molti anni fa … “lo spaghetto può attendere”.

Ma tra il blu del mar dei Caraibi e il verde delle palme che ricoprono le colline dell’entroterra si insinua il nero di un mistero mai risolto: quello di Annie Palmer, la strega bianca.

Halloween è appena passato e abbiamo giocato a spaventarci con film horror in tv, travestimenti e make-up. Ma il “male” esiste, è sempre esistito nell’immaginario collettivo come nella realtà. È presente nelle scritture di tutte le religioni, prima fra tutte forse il woodoo. Nato proprio nei caraibi, affonda le sue radici in Africa, da dove venivano deportati gli schiavi al servizio dei colonizzatori europei che ignoravano di trasportare attraverso la forza lavoro magia nera e riti estremamente pericolosi.

Nel mondo (im)perfetto delle colonie, bianchi e neri vivevano vite parallele ma adeguatamente separate dal loro status: ricchi e potenti i primi, semplice merce di scambio i secondi.

Il fato però è un animale dispettoso che a volte si diverte a rimescolare le carte, ad agevolare combinazioni apparentemente impossibili con esiti, come nel caso di Annie Palmer, devastanti.

Annie May Patterson (il suo cognome da nubile) si trasferisce con i genitori ad Haiti dalla Gran Bretagna in giovane età ma, al posto di dedicarsi a passatempi ludici, prerogativa del suo rango, stringe amicizia con una governante alle dipendenze della famiglia e (segretamente) potente sacerdotessa del voodoo.

La donna la inizia alle pratiche della pericolosa religione; la invita a partecipare a cerimonie clandestine nel corso delle quali, al ritmo dei tamburi nel cuore della notte, vengono adorati spiriti ancestrali, evocate entità di magia nera e di morte.

Una volta scomparsi i genitori e la sacerdotessa, Annie si trasferisce nella vicina Giamaica per seguire, a suo modo, il copione imposto a quel tempo alle donne: il matrimonio con un uomo ricco e rispettabile per condurre una vita agiata.

A diciotto anni, nel 1820, incontra e sposa John Palmer. Come recita un detto popolare “il diavolo non è così brutto come lo si dipinge” e infatti, secondo le cronache dell’epoca, Annie ha una figura minuta, è di una rara bellezza, con grandi occhi scuri e una voce suadente. È elegante, raffinata, colta e al tempo stesso enigmatica. John non immagina le inclinazioni della moglie con la quale vive per sette anni, trascorsi i quali viene trovato morto nella sua stanza da letto. Nessuno può rendere omaggio alla salma per le condizioni in cui versa la camera. Il sangue dell’uomo è ovunque. “Legge” era un concetto relativo nelle colonie, soprattutto quando si trattava di indagare membri della borghesia bianca. Nessuna ricerca fu fatta e Annie continuava a sostenere che la morte del marito fosse sopraggiunta a causa del suo consumo eccessivo di alcol e la sua dedizione alla magia nera, di cui si vociferava sempre più frequentemente, soltanto un pettegolezzo. Il secondo e il terzo marito morirono in circostanze altrettanto misteriose e tra gli schiavi al suo servizio si consolidava la convinzione che la donna dall’aspetto apparentemente innocuo fosse in realtà capace di qualunque atrocità, animata da poteri occulti.

E non avevano torto. Rimasta padrona assoluta di Rose Hall – la splendida villa coloniale che il primo marito aveva comprato per la loro vita insieme – e dell’enorme piantagione di canna da zucchero annessa, Annie prese le redini della tenuta.

Gli episodi di crudeltà di cui si rendeva protagonista si susseguivano senza soluzione di continuità. Tutti quelli che hanno tentato di contrastare Annie hanno contratto malattie che la medicina non era in grado di curare e l’epilogo è stato per ognuno di loro lo stesso: la morte. La sua fama non tardò a diffondersi in tutta l’isola tanto che neppure i pirati, temutissimi per le loro incursioni nelle grandi case degli inglesi, si avventurarono mai nella proprietà. La sua fine nel 1831 si deve (si dice) a un incantesimo di uno stregone del woodoo indispettito dalla potenza della donna. Secondo la tradizione della magia nera per Annie fu preparata una tomba che avrebbe impedito allo spirito della donna di tornare nel mondo dei vivi. Ma qualcosa andò storto e le conseguenze non tardarono ad arrivare.

Tutte le famiglie che cercarono di abitare Rose Hall furono colpite da improvvise e inspiegabili morti violente, fino al giorno in cui la casa venne definitivamente abbandonata. Sebbene disabitata per anni, la villa non fu mai oggetto di saccheggio o di atti di vandalismo perché dal suo interno provenivano segnali inquietanti. Luci nel cuore della notte, oscure presenze, rumori di invisibili passi sulle scale e nel grande atrio. Tutto potrebbe essere riconducibile a superstizione, a una forma di suggestione collettiva nella terra in cui vita e morte erano dipinte a tinte forti ma, in epoca molto più recente, negli anni ’60 quando iniziarono i grandi lavori di restauro, gli episodi inspiegabili ripresero prepotentemente.

Gli oggetti sparivano per ricomparire in seguito in luoghi inaccessibili, macchie di sangue si formavano su superfici nuove appena posate, parti già sistemate che ritornavano allo stato precedente la ristrutturazione. Alla fine, malgrado le difficoltà, i lavori furono ultimati e da diversi anni Rose Hall è un museo ma, già dai primi giorni della sua apertura, molti visitatori hanno segnalato ai responsabili inspiegabili “presenze” sulle foto delle stanze immortalate, deserte al momento dello scatto. L’oggetto che ricorre più frequentemente nelle istantanee spedite al museo a testimonianza dei misteriosi fatti è proprio lo specchio di Annie Palmer e l’immagine impressa è quella del volto di una donna. Molti sensitivi nel corso degli anni hanno tentato di mettersi in contatto con lo spirito della strega ma i risultati non sono stati resi noti. Le chiavi di lettura possono essere molteplici per questo mistero che, in quanto tale, resta senza spiegazione. Di certo, come sostengono i giamaicani, sfidare la strega non è cosa consigliabile neppure a secoli di distanza.

Paola Drera

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