Sartoria e rinascita: otto modelli unici per una femminilità libera, oltre ogni schema

Il progetto di Pina Gandolfi unisce il fatto a mano e il recupero di tessuti in una collezione slegata dalle stagioni, per vestire l’inclusività

La Pirata

Camicie, camicie e ancora camicie. Esiste un’arte discreta nell’indossare quello che rimane, in assoluto, il capo più affascinante del guardaroba femminile. Non si tratta di una questione di filati o di orli, ma di una precisa attitudine: un’armatura leggera, capace di trasformare la postura e infondere un’immediata self-confidence.

Da questa intuizione profondamente umana prende forma il progetto Pina G. Un’idea che si distacca con decisione dal panorama dominato dall’urgenza dell’effimero, nata dall’esperienza e dalla sensibilità di Pina Gandolfi. Giornalista, creative director e fashion editor, Gandolfi ha trascorso la vita ad amare e collezionare questo capo d’abbigliamento, trasformandolo oggi in un inno a un’estetica fluida, ironica e slegata dalle rigide logiche dei trend stagionali.

Il cuore pulsante di questa visione si trova nelle cuciture, realizzate rigorosamente a mano, e nella scelta di una filiera che mette al centro le persone. La produzione è affidata alla Cooperativa Alice, una realtà che dal 1992 opera nei laboratori sartoriali di Milano e all’interno delle sezioni carcerarie di San Vittore, Bollate e Monza. Qui, l’alta sartorialità diventa uno strumento di riabilitazione per donne in situazioni di fragilità, restituendo loro indipendenza economica, dignità e un’autentica emancipazione da qualsiasi stigma.

A questo profondo impegno sociale si unisce la ricerca meticolosa sui materiali, attraverso il recupero di pregiati tessuti deadstock scartati dalle grandi aziende per dar loro una nuova vita. Un approccio etico, riconosciuto anche dalla certificazione WFTO (World Fair Trade Organization), che invita a riflettere sul valore del tempo e sulla necessità di consumare con maggiore consapevolezza.

La Numero Uno

Più che una semplice collezione, quella di Pina G è un intreccio di narrazioni in cui ogni modello porta un nome proprio ed è il frutto di memorie e incontri, primo fra tutti l’amore per la figlia Amina, che presta il volto alla linea. Ci sono i tributi all’audacia della fotografa di guerra Lee Miller, declinati in tagli di derivazione militare; ci sono gli omaggi al genio dell’architetto Carlo Mollino, con twill di seta a taglio vivo che assecondano i movimenti del corpo creando infiniti giochi d’ombra. C’è il ricordo delle figure maestose dipinte da Caravaggio, tradotto in maniche balloon e punti smock, e il dialogo immaginario tra Coco Chanel e Jacques Henri Lartigue sulla spiaggia di Biarritz, che rivive in fluidità dal sapore Anni Trenta.

La Lee Miller

Così, la camicia smette di essere un semplice indumento per farsi portavoce di un ideale etico ed estetico. Pina G cancella i confini anagrafici e le barriere fisiche, rivendicando il diritto inalienabile di abitare il proprio corpo con fierezza. Perché la vera eleganza non è mai una costrizione, ma la libertà di spogliarsi del superfluo per ritrovare, in un taglio sartoriale perfetto, la forma più alta e intima di cura per se stesse.

Angela Rover