Da Ankara ai confini orientali della Turchia, un itinerario iconico svela il lusso della lentezza. Tra steppe imbiancate e rovine UNESCO, il percorso diventa la vera destinazione

04- Eastern Express
Kars le rovine di Ani Kars le rovine di Ani

Il teatro bianco dell’Anatolia

Il Touristic Eastern Express non è un semplice treno, è una promessa di altrove. Appena il convoglio lascia la stazione di Ankara, il tempo cronologico smette di contare e inizia quello interiore, scandito non dai minuti ma dal mutare del paesaggio oltre il finestrino.

Per ventiquattro ore, il mondo esterno rallenta fino a sincronizzarsi con il ritmo ipnotico delle rotaie, mentre l’Anatolia si spoglia dei colori autunnali per indossare il bianco assoluto dell’inverno. Pertanto, questo viaggio non serve a spostarsi, ma a sparire gentilmente in una dimensione ovattata, dove la velocità media di 80 km/h diventa l’unico lusso che vale la pena concedersi oggi.

Oltre il finestrino: una geografia dell’anima

Attraversare le province di Kırıkkale, Kayseri, Sivas ed Erzincan significa assistere a uno spettacolo in movimento che nessuna tecnologia può replicare. Le steppe centrali lasciano spazio a rilievi sempre più aspri, montagne che sembrano disegnate a carboncino su un cielo di carta da zucchero. In questo contesto, il treno si trasforma in un osservatorio mobile.

Tuttavia, la vera magia accade quando il convoglio si ferma. Le soste prolungate, come quella a DivriÄŸi, non sono pause tecniche ma capitoli narrativi: qui, la Grande Moschea e l’ospedale medievale (patrimonio UNESCO) appaiono come miraggi di pietra, capolavori di un’architettura che sfida i secoli e il silenzio.

La vita a bordo: intimità e condivisione

All’interno delle carrozze, l’atmosfera è quella di un salotto letterario su rotaia. Dimenticate l’asetticità dei viaggi aerei: qui lo spazio è personale, caldo, vissuto. Le cabine letto diventano piccoli rifugi privati dove leggere, pensare o semplicemente guardare la neve che cade obliqua. Di conseguenza, il corridoio si anima di una socialità spontanea e gentile. C’è chi condivide provviste portate da casa, chi si ritrova nel vagone ristorante per una cena frugale davanti al buio della steppa. È un ritorno a un modo di viaggiare umano, dove il vicino di scompartimento non è un estraneo da evitare, ma un compagno di avventura con cui condividere lo stupore.

Kars: l’estetica del confine

L’arrivo a Kars è l’approdo in un mondo altro, un luogo di frontiera dove l’oriente incontra le suggestioni del nord. L’architettura cittadina, con i suoi palazzi in pietra scura di epoca zarista e gli ampi viali, racconta storie di imperi dissolti e culture sovrapposte. Ma è poco distante, tra le rovine di Ani, che il cuore perde un battito.

L’antica capitale medievale, la “città delle mille e una chiesa”, oggi è un sito UNESCO di struggente bellezza: cattedrali e moschee diroccate si stagliano solitarie su un altopiano deserto, monumenti alla fragilità della storia umana che dialogano con l’eternità della natura.

Il gusto del freddo: oca, formaggi e vini d’altura

A Kars, l’inverno ha anche un sapore preciso. La gastronomia locale è figlia del rigore climatico e della pazienza. Il protagonista assoluto è il Kars KaÅŸarı, un formaggio a denominazione geografica dal sapore intenso, nato dal latte di animali nutriti su pascoli d’alta quota. Accanto a lui, il famoso formaggio Gruyere locale e la carne d’oca, servita tradizionalmente nei mesi freddi, compongono una tavola ricca e identitaria.

Inoltre, un’esperienza imprescindibile è la visita al villaggio di BoÄŸatepe, sede del primo Ecomuseo del Formaggio, dove si comprende come il cibo qui sia cultura e resistenza. La serata perfetta? Si conclude con un calice di vino dell’Anatolia orientale, ascoltando i menestrelli (aşık) che cantano storie d’amore e di neve. Perché Kars non si visita soltanto: si ascolta, si assaggia e, infine, si ricorda per sempre.

La Redazione

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