Fino al 10 gennaio 2027 una mostra epocale, unisce il rigore del maestro tedesco alle visioni di Giuseppe Panza

Custodite negli ambienti di Villa Panza a Varese, ventinove opere rare di Josef Albers trasformano l’osservazione in un puro esercizio meditativo. Un viaggio elegante e rigoroso per riscoprire il gran mistero del colore

Villa Panza, Josef Albers_ Meditations. ©Michele Alberto Sereni, 2026 (C) FAIVilla Panza, Josef Albers_ Meditations. ©Michele Alberto Sereni, 2026 (C) FAI
Villa Panza, Josef Albers_ Meditations. ©Michele Alberto Sereni, 2026 (C) FAIVilla Panza, Josef Albers_ Meditations. ©Michele Alberto Sereni, 2026 (C) FAI

Ed è proprio in questa cornice, scandita dalle simmetrie settecentesche e dai giardini silenziosi della dimora incastonata sul colle di Biumo Superiore (in Piazza Litta 1, a Varese), che prende forma un incontro a lungo atteso. A partire da oggi, 9 aprile, e fino al 10 gennaio 2027, il maestro indiscusso del colore, Josef Albers, dialoga con l’anima di uno dei luoghi più iconici dell’arte contemporanea in Italia.

C’è una magia sottile che si compie quando l’arte non si limita a occupare uno spazio, ma inizia a respirare con esso. È esattamente ciò che accade in questa magnifica tenuta varesina, dove il FAI – Fondo per l’Ambiente Italiano e la Josef & Anni Albers Foundation presentano la mostra Josef Albers: Meditations. L’esposizione, curata da Nicholas Fox Weber su invito di Gabriella Belli, porta in Italia ventinove capolavori, molti dei quali raramente esposti al pubblico, appartenenti alle celebri serie Variant/Adobe e Homage to the Square.

Un ritorno spirituale

Il legame tra Albers e il celebre collezionista Giuseppe Panza di Biumo è un affascinante paradosso: Panza non collezionò mai direttamente le opere del maestro tedesco, pur avendole studiate a fondo. Eppure, passeggiando tra le otto sale del primo piano affacciate sul parco, appare lampante come la ricerca di Albers sia l’antecedente perfetto, il preludio intellettuale a quegli artisti della luce e dello spazio — da Dan Flavin a James Turrell, da Robert Irwin ai monocromi degli anni ’80 — che Panza avrebbe poi consacrato. Non è un caso che l’esposizione sia profondamente connessa all’identità di questa dimora e dedicata alla cara memoria di Maria Giuseppina Caccia Dominioni Panza, custode appassionata di questa eredità.

Josef Albers, 1936  – Fotografo sconosciuto  Courtesy of the Josef and Anni Albers Foundation 

Quel dicembre del 1934 a Milano

Per comprendere appieno la portata di Meditations, è necessario spingere lo sguardo oltre la superficie ipnotica dei quadri, riavvolgendo il nastro fino al dicembre del 1934. In un’Italia che guardava con sospetto alle avanguardie, la Galleria Il Milione di Milano rappresentava un’enclave di resistenza culturale e assoluta modernità. È qui che, su invito del graphic-designer Xanti Schawinsky, un Albers da poco esule negli Stati Uniti inviò ventiquattro formidabili silografie.

Quella mostra fu una deflagrazione per una giovanissima generazione di artisti. Nomi come Lucio Fontana, Fausto Melotti e Luigi Veronesi assorbirono quella lezione di purezza geometrica e rigore strutturale. Albers, pur fisicamente assente, gettò i semi di quello che sarebbe diventato l’astrattismo italiano del dopoguerra.

Come burro sul pane: l’artigianato del colore

Josef Albers. Study to Homage to the Square: New Island, 1957 – Olio su masonite (81,28 × 81,28 cm)
© Kunsthalle Recklinghausen, Germania
©Ferdinand Ullrich

Davanti a Homage to the Square (Omaggio al quadrato), l’occhio si convince quasi sempre di osservare velature sovrapposte, trasparenze calcolate dove un colore sfuma nell’altro. È la più magnifica delle illusioni ottiche. Il metodo pittorico di Albers era, al contrario, di una concretezza disarmante. L’artista dipingeva su pannelli industriali di Masonite, preparati dal suo giardiniere con innumerevoli mani di gesso bianco. Su questo altare laico, stendeva i colori a olio crudi, spremuti direttamente dal tubetto, applicandoli con una piccola spatola. Non mescolava mai i pigmenti e, soprattutto, non li sovrapponeva mai sulla tela. Ogni quadrato è dipinto accanto all’altro, su un unico livello.

Era un processo figlio degli insegnamenti di suo padre, artigiano edile: si parte dal centro e si dipinge verso l’esterno, così non ci si sporca i polsini. «Spalmo il colore come faccio col burro sul pane», amava ripetere. Da questa pragmatica solidità nasceva l’indicibile spiritualità delle sue tele, governate da una proporzione matematica rigorosissima (1:2:3) che spinge l’occhio verso l’alto, creando uno spazio simultaneamente piatto e profondo.

L’elogio della lentezza e l’esercizio del vedere

Josef Albers – Study for Homage to the Square: Lone Whites, 1963 – Olio su masonite (61 x 61 cm)
The Josef and Anni Albers Foundation ©Tim Nighswander/Imaging4Art

Come mirabilmente documentato nel catalogo bilingue della mostra (edito da Magonza Editore, impreziosito dai saggi di Gabriella Belli, Marta Spanevello, Nicholas Fox Weber e da un’antologia che include scritti di Elaine de Kooning e Colm Tóibín), i dipinti di Albers sono congegni a rilascio lento. Esigono l’abolizione della fretta contemporanea.

Nicholas Fox Weber, nel suo testo in catalogo, lancia un appello preciso: «Fermatevi. Riprendete fiato. Inspirate profondamente e immergetevi nel colore». Nelle mani di Albers, il quadrato smette di essere pura geometria e diventa un palcoscenico emotivo. I colori si comportano come esseri umani: cambiano carattere a seconda di chi hanno accanto.

Josef Albers_ Meditations. © Michele Alberto Sereni, 2026

L’allestimento si snoda come un vero e proprio itinerario percettivo. Dalla luminosità acerba e rivelatrice dei bianchi e gialli di opere come Lone Whites (1963) e Ascending (1962), ci si addentra in ambienti dalle tensioni cromatiche più accese. Il viaggio culmina nelle ombre dense e meditative di Night Sound (1968) e Dark (1947). Per cogliere questa metamorfosi è necessaria una forma di meditazione visiva; non a caso, lo scrittore Colm Tóibín rimase seduto in assoluto silenzio per cinque ore di fronte a queste tele, uscendone pacificato.

Oltre la mostra: visioni contemporanee nella Scuderia Grande

L’eco della lezione di Albers risuona in ogni angolo della proprietà, trovando la sua massima espansione contemporanea nella Scuderia Grande della Villa. Qui, nella magnifica luce naturale di questo spazio monumentale, il FAI propone un accostamento site-specific voluto a suo tempo dallo stesso Panza: gli Stable Paintings di Phil Sims, cinque imponenti tele monocrome, dialogano con l’intervento minimale Cesarino’s Bone (Maria’s Mirror) di Richard Nonas, mai esposto prima al pubblico. Un contrappunto formidabile che dimostra come lo studio di Albers su colore, percezione e spazio abbia plasmato indelebilmente l’arte del secondo Novecento.

Meditations non è semplicemente una mostra da visitare, ma un’esperienza da assorbire. Un invito elegante a varcare i cancelli di Piazza Litta, fermarsi, aprire gli occhi e concedersi il lusso di percepire una nuova dimensione della bellezza.

Valentina Avogadro

Josef Albers: Meditations
  • Curatore: Nicholas Fox Weber
  • Date: 9 aprile 2026 – 10 gennaio 2027
  • Luogo: Villa e Collezione Panza – Piazza Litta 1, Varese – Italy
  • Orari: Da martedì a domenica, dalle 10:00 alle 18:00 (ultimo ingresso alle 17:15)
  • Catalogo: Magonza Editore (184 pagine, bilingue italiano/inglese)
  • Prenotazioni: WEB SITE www.villapanza.it