Il coraggio di una visione: i trent’anni della tenuta toscana e la nuova generazione

Trent’anni fa Angelo Gaja acquistava quaranta ettari a Bolgheri. Oggi, con la quinta generazione alla guida, Ca’ Marcanda è una indiscussa eccellenza del vino italiano

Trent’anni fa, Bolgheri era un dipinto incompiuto. Meno di dieci cantine, ulivi secolari, vacche maremmane al pascolo, un vecchio casolare a due piani e pochissime certezze. Oggi, le cantine sono sessantasette e quel fazzoletto di terra incastonato nella costa toscana è un’icona indiscussa dell’enologia mondiale. In mezzo a questa straordinaria metamorfosi, c’è un anniversario che merita di essere celebrato: i tre decenni di Ca’ Marcanda. Tutto ebbe inizio con una firma, quella di Angelo Gaja, e con una visione che, come le migliori intuizioni, all’inizio sembrava sfuggire alla comprensione dei più.

Il peso dell’intuizione e l’ironia toscana

Angelo Gaja @Mickel Bura

Quando Angelo acquistò quei quaranta ettari, la squadra lo osservò con la consueta perplessità. Ma il genio, spesso, non chiede permesso e non cerca rassicurazioni. Arriva all’improvviso, introducendo complessità dove regnava la semplicità. In piemontese, ca’ marcanda significa “la casa delle trattative infinite”. Un nome perfetto per un’acquisizione che ha richiesto anni di visite, ritorni e inesauribili mediazioni prima di giungere alla stretta di mano decisiva.

Lasciare le Langhe per approdare a Bolgheri non è stato solo un formidabile investimento viticolo, ma un vero e proprio esercizio culturale. Da una parte lo spirito piemontese, il bogia nen, fatto di ostinazione, disciplina e attaccamento alle radici; dall’altra la Toscana, terra di eclettismo, cosmopolitismo e di un’ironia tagliente che non fa sconti a nessuno. Le prime vere lezioni, i Gaja, non le hanno apprese tra i filari, ma al bar di Sassetta. Lì, tra cacciatori di ritorno dai boschi e signore a spasso con cinghialotte orfane, l’aristocrazia e lo sberleffo popolare convivono da secoli, smontando gerarchie e pretese di grandezza. Bolgheri ha costretto a essere più leggeri, più aperti. Più curiosi.

L’arte dell’interpretazione e la cantina invisibile

Se il Nebbiolo in Piemonte è genetica pura, la vera sfida di Ca’ Marcanda non era semplicemente coltivare varietà internazionali come Cabernet Sauvignon, Merlot e Cabernet Franc, ma donare loro una nuova anima. Un’identità squisitamente italiana e bolgherese. Non si trattava di replicare modelli d’oltralpe, ma di azzerare le formule.

@Mickel Bura

L’obiettivo è sempre stato quello di esaltare il terroir: togliere, non aggiungere. Lasciare che sia il luogo a parlare. Un principio assoluto che si riflette in modo spettacolare anche nell’architettura della tenuta. La cantina è letteralmente nascosta nella collina, invisibile, fusa con la terra e la vegetazione, concepita affinché il paesaggio potesse continuare a respirare indisturbato sopra di essa. Comprendere questo territorio ha significato viverlo intimamente, fino a ritrovare nel calice l’essenza di quella luminosità: note di lavanda, iris, torba, frutta croccante e un’inaspettata mineralità che ricorda la conchiglia dell’ostrica. Vini di straordinaria fluidità, capaci di accompagnare il sorso con freschezza ed eleganza, senza mai rinunciare alla profondità.

Prima il sogno, poi la realtà

Bolgheri

A Bolgheri, la libertà toscana e la caparbietà piemontese hanno trovato una sintesi perfetta in etichette dai nomi emblematici: Promis, Magari, Camarcanda. Parole piemontesi coltivate in terra toscana.

Ma l’immagine più potente e poetica di questa avventura risiede forse nel celebre Viale dei Cipressi, reso immortale da Giosuè Carducci in Davanti San Guido. Pochi sanno che, quando la poesia fu scritta nel 1874, il Viale non era l’infinita doppia fila di alberi che ammiriamo oggi: c’erano solo alcuni pioppi sparsi. Fu proprio l’immenso successo di quei versi a spingere il Conte Guidalberto della Gherardesca a piantare i cipressi, inseguendo l’immagine evocata dal poeta. La realtà, insomma, seguì la poesia.

Esattamente come a Ca’ Marcanda. Guardando indietro a questi trent’anni, emerge la gratitudine per un’intuizione apparentemente folle. La realtà ha seguito il sogno di Angelo: un azzardo che il tempo, il lavoro e la pazienza hanno trasformato in un capolavoro tangibile. Un’identità nuova, senza la quale non sapremmo più immaginare la grande storia di Bolgheri.

Ca’ Marcanda

Il futuro ha radici antiche: la quinta generazione

Fondata ufficialmente nel 1996, Ca’ Marcanda si estende oggi su un patrimonio vitato di circa ottanta ettari all’interno della prestigiosa DOC Bolgheri. Con Angelo, giunto al traguardo degli ottantasei anni, ad aver tracciato una rotta pionieristica e visionaria, il domani della tenuta è già in pieno fermento.

Da qualche anno, infatti, l’orizzonte aziendale sta accogliendo le prospettive della quinta generazione della famiglia: Gaia, Rossana e Giovanni Gaja. Sono loro a raccogliere il peso e il privilegio di quell’eredità intellettuale, calando il progetto in una dimensione squisitamente contemporanea. Ed è proprio attraverso il loro sguardo, intriso di profondo rispetto per le origini ma proiettato verso le sfide del futuro, che andiamo a scoprire i prossimi, affascinanti capitoli di questo straordinario gioiello toscano.

Angela Rover

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