Dagli studi televisivi alle installazioni di denuncia sociale: ritratto di un’artista che scolpisce la verità

Un dialogo con Francesca Romano sul suo percorso dalla scenografia Rai e Mediaset all’arte contemporanea. Tra specchi, bronzo e impegno civile, l’artista racconta la sua visione della bellezza e i progetti futuri

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Scenografia: Il Mammo Canale 5 - 2004Scenografia: Il Mammo Canale 5 – 2004
Scenografia: Il Conte di Montecristo - Rai - 1996 Scenografia: Il Conte di Montecristo – Rai – 1996
Scenografia: Quelli che il calcio, Rai - 2000Scenografia: Quelli che il calcio, Rai – 2000

Nata a Mileto e cresciuta all’ombra della Madonnina, Francesca Romano artista e scenografa incarna un dualismo raro. Da una parte c’è la professionista rigorosa che per decenni ha disegnato gli spazi dell’immaginario collettivo italiano in Rai e Mediaset; dall’altra c’è l’autrice pura, che smette di costruire illusioni sceniche per scavare nella realtà del nostro tempo.

Diplomata a Brera nel 1983, Francesca Romano ha trasformato la competenza tecnica in linguaggio poetico. Se la scenografia le ha insegnato a dominare lo spazio, l’arte contemporanea le ha permesso di riempirlo di significato. Come nota la storica dell’arte Maria Fratelli, le sue opere sono “incisive e taglienti”: specchi conficcati come frecce, bronzi che eternano l’innocenza violata e coperte termiche che raccontano il gelo dell’indifferenza.

In questo ritratto per beautytudine, incontriamo una donna che non teme di guardare l’abisso per trasformarlo in luce. Dalle installazioni sul fiume Bidente alla sacralità della Casa della Memoria, Francesca Romano ci racconta come la bellezza possa essere un atto di verità.

Francesca Romano, Casa della Memoria, Milano – 2023

 L’architettura dello sguardo 

Francesca, la tua carriera nasce nella scenografia, disciplina che crea contesti per le storie altrui. Quando hai sentito che lo spazio scenico non ti bastava più e che era arrivato il momento di occupare quello spazio con la tua voce e le tue storie?

Non so dare un momento preciso, è venuta così naturalmente circa 15 anni fa. È stato come la trasformazione di un rigagnolo d’acqua che piano piano si è trasformato in un fiume in piena: una necessità espressiva inarrestabile. Il lavoro di scenografa, che non si è mai interrotto, è finalizzato ad un preciso progetto non scelto da me. Io metto a servizio la mia creatività e anche questo mi piace molto, e più è complicato e più mi piace, diventa una sfida con me stessa, io dico “ci sguazzo”. È un lavoro dove metti insieme creatività e razionalità, relazionandomi con molti professionisti; il risultato finale è un lavoro di squadra. Nella scultura, invece, sono da sola con me stessa, in un processo intimo e magico. Qui non creo un contesto per la storia di altri, ma lo spazio per la mia storia.

DI NESSUNO, Santa Sofia (FC) 2025DI NESSUNO, Santa Sofia (FC) 2025
Neda Agha - 2009 Neda Agha – 2009
Violata – 2011Violata – 2011

La materia come pelle 

Nelle tue opere c’è una fisicità prorompente. Usi materiali forti: bronzo, specchi, tessuti tecnici. Come avviene la scelta della materia? È un processo razionale, figlio della tua formazione tecnica, o è l’emozione del momento a guidarti verso ciò che meglio incarna il messaggio?

È un’alchimia tra emozione e tecnica. Tutto inizia con un bisogno fisico. Ho ripreso, come al liceo artistico, a modellare la creta: avevo bisogno di sentire la materia tra le mie mani, era un piacere fisico, sensoriale.

Poi scopro la tecnica Raku e me ne innamoro. La sua imprevedibilità, quella ricerca del “PERFETTO” che si arrende all’“IMPERFETTO”, ha un potere comunicativo unico. Le mie sculture che sembrano bronzo in realtà sono frutto, dopo tanti esperimenti e tentativi, della cottura Raku.

GLI INVISIBILI  – Studio Museo Francesco Messina, Milano – 2019

I frammenti di vetro, le schegge di vetro infilzate come a sembrare spade, sono arrivate di getto e senza pensarci razionalmente mentre schizzavo delle sculture. La mia prima personale raccoglieva una ventina di queste donne con il corpo penetrato da questi frammenti. È stato come spogliarmi, mostrarmi debole e ferita. Sicuramente è stato per me un momento di grande liberazione.

Nel mio lavoro metto ciò che mi tocca nel profondo: le mie emozioni, i miei turbamenti e i miei pensieri più nascosti; la materia è semplicemente il veicolo più efficace per farli emergere.

Oltre l’estetica: l’arte come etica 

Maria Fratelli ha scritto che le tue opere denunciano le ‘angosce di questo tempo’. In un mondo che spesso usa la bellezza come anestetico, tu sembri usarla come risveglio. ‘L’autoritratto, di nessuno’, ad esempio, è un’opera potente che tocca il tema dell’identità e dell’oblio. Ci racconti la genesi di questo progetto?

È vero, la bellezza deve scuotere, non addormentare. L’arte per me è un atto etico.

L’opera “DI NESSUNO” nasce nel 2018. Il tema della migrazione mi tocca direttamente. Non ho attraversato mari in burrasca su un barcone o fatto migliaia di chilometri a piedi, ma l’accoglienza “al nord”, nel mio stesso paese, è stata terribile: dai cartelli “non si affitta ai meridionali” all’isolamento in classe, all’essere chiamata terrona e pidocchiosa. Un vero razzismo vissuto ad appena otto anni. Mi sentivo un’invisibile, un nessuno. Per me, l’immagine del migrante, di chi si mette in cammino, è un ricordo specchiato di quella fragilità che ci accomuna.

L’AUTORITRATTO DI NESSUNO , Casa della Memoria , Milano –  2023

Con “L’AUTORITRATTO”, nel 2021, ho voluto mettermi in prima persona, volevo non delegare il messaggio ad altri; prima di allora non avrei mai pensato di usare la mia immagine, la grande timidezza mi portava altrove. Ho ripreso e elaborato le fotografie che mi ero scattata nel 2018, avvolta in coperte termiche, e ne ho creato un immaginario cammino: ho stampato undici metri su un materiale specchiante.

Lo spettatore che si riflette si sovrappone a chi ha già intrapreso da tempo questo viaggio. L’autoritratto siamo noi, sono io, sei tu, che un giorno potresti svegliarti e accorgerti che la tua casa non è più la tua “casa”, che devi abbandonare il tuo vissuto e metterti in cammino. A distanza di pochi mesi scoppia la guerra in Ucraina; non si possono dimenticare le immagini di quei primi mesi del 2022. L’opera ci ricorda che l’identità è fragile e che la condizione del migrante è universale e sempre attuale.

Il dialogo con i luoghi 

Hai esposto in musei, chiese e persino sul letto di un fiume. Il contesto cambia l’opera? Portare l’arte fuori dalle gallerie, in mezzo alla natura o in luoghi sacri, modifica il modo in cui tu stessa guardi le tue creazioni?

Assolutamente si, il contesto è parte integrante dell’opera. L’arte è di chi ne usufruisce e per me non è strettamente legata ai canonici luoghi.

DI NESSUNO, Santa Sofia 2025DI NESSUNO, Santa Sofia 2025
DI NESSUNO, Breno (BS)  Chiesa di Sant’Antonio – 2025DI NESSUNO, Breno (BS) Chiesa di Sant’Antonio – 2025

“DI NESSUNO” in particolare è in continuo dialogo con il luogo circostante; interagisce con l’ambiente creando di volta in volta sensazioni ed emozioni differenti, come tappe durante un viaggio. È un continuo rinnovarsi.

Esporre sul letto di un fiume, ad esempio, aggiunge il suono dell’acqua, la fragilità della natura e un senso di precarietà che amplificano il messaggio di un viaggio forzato, a Breno all’interno della chiesa di Sant’Antonio le sculture erano in stretto dialogo con le figure affrescate dal Romanino. L’opera non è statica, ma performativa nello spazio, e ogni luogo le regala una nuova vita e una nuova lettura.

La bellezza secondo Francesca Romano 

Siamo su beautytudine, dove indaghiamo la bellezza in tutte le sue forme. Dopo anni passati a costruire ‘il bello’ per la televisione e a cercare ‘il vero’ nell’arte, qual è oggi la tua personale definizione di bellezza? È qualcosa che rassicura o qualcosa che deve necessariamente scuotere?

La bellezza non è ciò che rassicura, anzi. La bellezza è interiore: quando è così forte si manifesta anche all’esterno, anche se trafitta fino all’anima, anche se ferita.

Per me, la vera bellezza è la sincerità radicale, è il coraggio di mostrare l’imperfezione e il dolore. È il vero che emerge, anche se scomodo o disturbante. La bellezza è l’onestà emotiva, ed è per questo che ha il potere di scuotere e risvegliare

Orizzonti futuri 

La tua ricerca artistica è in costante movimento, proprio come l’acqua del fiume che ha ospitato la tua ultima installazione. Dopo l’intensità emotiva di ‘L’autoritratto, di nessuno’ e il confronto con spazi così diversi tra loro, verso quale direzione sta andando il tuo sguardo? Ci sono nuovi temi che senti l’urgenza di esplorare o prossimi progetti in cantiere che puoi anticiparci?

È vero, per mia natura mi sento in costante movimento. Non mi pongo verso il futuro con certezze rigide, ma preferisco lasciarmi trasportare da quel “rigagnolo d’acqua”. Nell’immediato, tra pochi giorni, chiuderò un cerchio importante con “DI NESSUNO”, si affianca il sottotitolo “Promessa di futuro”. Questo progetto è stato fortemente stimolato dalla comunità di Corniolo ai quali dedico la sua evoluzione.

Negli ultimi mesi ho realizzato una nuova figura: “un infante, un bambino, il mio bambino”, che sarà esposto insieme a due sculture adulte già presenti nel fiume Bidente la scorsa estate.

L’installazione avverrà in una location d’eccezione: la Chiesa di San Pietro a Corniolo (FC). Questo piccolo gioiello in stile neogotico è un contesto storico e artistico affascinante, che al suo interno custodisce una pregiata terracotta policroma della scuola dei Della Robbia e una splendida deposizione del pittore  faentino Ponteghini, risalente alla metà del Cinquecento.

È una nuova tappa di un lungo viaggio.

Onorata e grata per l’occasione che mi è stata data.

Dagli studi televisivi alla quiete di una pieve, il percorso di Francesca Romano conferma che l’arte è sostanza, non ornamento. Il suo lavoro ci costringe a fermarci: perché solo riconoscendo la fragilità in quel “bambino” di terra cotta possiamo, specchiandoci, ritrovare la nostra umanità.

Valentina Avogadro

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