Il brand d’avanguardia celebra due decenni con fragranze audaci, teatrali e uniche

Let’s Pretend e Uruk Chronicles sono i nuovi jus del ventennale. Un viaggio olfattivo tra illusioni di scena e memorie immortali, da indossare come un mito assoluto

Venti anni di sovversione, di estetica dirompente e di libertà assoluta. Quando Etat Libre d’Orange ha fatto il suo ingresso nel panorama della profumeria d’autore, lo ha fatto scardinando le convenzioni. Celebrare oggi questo traguardo non significa semplicemente voltarsi indietro a contemplare un archivio di successi, ma riaffermare un manifesto: la profumeria d’avanguardia è viva, palpabile e continua a evolversi attraverso chi sceglie di indossarla. Non è un traguardo individuale, ma un rito condiviso con chi ha permesso a questa visione olfattiva di mutare e imporsi.

L’estetica del marchio trova la sua massima espressione in un flacone che è l’esatta antitesi della banalità. Immaginato come un autentico gioiello, il vetro, materico e pesante, non è un semplice contenitore, ma un’architettura rigorosa che custodisce l’imprevedibilità del jus. È un oggetto d’arte studiato per appagare il tatto prima ancora dell’olfatto, un omaggio tridimensionale all’iconica boutique parigina che ha visto nascere il mito. Al suo interno, una collezione di lusso prende vita attraverso una sottile alchimia: materie prime d’eccellenza, contrasti audaci e accordi inaspettati. Sulla pelle, ogni fragranza si trasforma in una firma intima ed estremamente personale.

Per scandire questo anniversario, il brand esplora due territori olfattivi diametralmente opposti, uniti da un’unica ambizione: lasciare una traccia indelebile.

Let’s Pretend: l’arte dell’illusione e la rivelazione di sé

Sulla scena della vita, ciò che decidiamo di indossare ha il potere di definire la nostra identità. Let’s Pretend, creato dal naso Nisrine Grillie, è un invito a giocare con le proprie maschere, un profumo fruttato e speziato che esplora un paradosso affascinante: a volte, è proprio fingendo di essere qualcun altro che si rivela la nostra natura più autentica.

Sulla pelle, la fragranza si traduce in un impeccabile esercizio di equilibrio tra freschezza pungente e carnalità assoluta. L’apertura è un lampo di luce: l’essenza di mandarino si fonde con la spigolosità radiosa del pepe rosa, creando una tensione elettrica subito smorzata dall’ingresso, quasi felpato, dello zafferano. È un sipario che si alza lentamente.

Nel cuore, il profumo svela la sua trama più complessa. La pesca, succosa e tattile, viene spogliata di ogni deriva leziosa dall’assoluta di osmanto. Questo fiore straordinario introduce sfaccettature che ricordano l’albicocca matura e un cuoio morbido e vissuto, mentre il gelsomino sambac illumina la composizione con un candore narcotico.

Il finale è un lento sfumare verso un’intimità rassicurante. L’accordo legnoso, in cui spiccano le molecole di Akigalawood e Georgywood – capaci di conferire pulizia e profondità senza appesantire – si fonde con le resine classiche dello styrax e del benzoino. Il risultato è un sillage che aderisce come un abito di scena cucito su misura.

Uruk Chronicles: l’epica gourmand e il sillage dell’immortalità

Mentre le illusioni di Let’s Pretend ci ancorano al presente, Uruk Chronicles ci trascina a ritroso fino all’alba della civiltà. Jordi Fernández costruisce una narrazione olfattiva monumentale, ispirandosi all’epopea di Gilgamesh e all’antica città di Uruk. Il tema centrale è la ricerca dell’immortalità, tradotta in una composizione che unisce l’opulenza mediorientale a un gusto spiccatamente moderno, quasi edonistico.

L’esordio spiazza: dove ci si aspetterebbe un incenso solenne, Fernández sorprende con la carnosità della fragola e l’astuzia molecolare dell’Ebelia, stemperate dall’energia del mandarino. Un vero e proprio banchetto reale, un inno ai piaceri della vita terrena.

Il cuore della composizione racchiude l’essenza stessa del mito: l’accordo di zafferano, incarnazione di quel “fiore dell’eternità” sfuggito a Gilgamesh, domina la scena con le sue note calde, terrose e speziate. A fargli da contraltare, la polverosità aristocratica dell’iris e il Pomarose, che regala una tridimensionalità inaspettata al bouquet.

La chiusura è un sigillo di memoria imperitura. La dolcezza mandorlata e scura della fava tonka si intreccia con il legno di cedro, ma è il cipriolo a donare quel carattere ligneo, secco e fumoso che àncora il profumo alla terra. È una fragranza che non sussurra, ma declama: un gourmand orientale che rinuncia ai cliché per farsi epica pura. Eterna, sulla pelle, proprio come il nome di Gilgamesh.

Licia Cortesi

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