Paolo Roversi al MAR: il ritorno della pura luce
Il museo ravennate dedica uno spazio permanente all’estetica del suo grande fotografo
Un viaggio evocativo tra ombre e ritratti iconici. L’allestimento del MAR restituisce a Ravenna la visione pura e rarefatta del suo amato autore
C’è un sottile filo d’ombra e di luce che lega lo Studio Luce di Rue Paul Fort, a Parigi, con la nebbia rarefatta e i riflessi d’oro degli antichi mosaici di Ravenna. È lungo questa direttrice intima e geografica che si muove l’incredibile parabola di Paolo Roversi, indiscutibile maestro della fotografia di moda internazionale.
Quell’orizzonte immateriale si è ormai trasformato in un luogo tangibile. Il MAR, Museo d’Arte della città di Ravenna, ha infatti aperto al pubblico la Galleria Paolo Roversi, un nuovo spazio permanente che si eleva a tempio consacrato alla sua visione estetica. Curato da Chiara Bardelli Nonino,
il progetto ha restituito alla città l’universo visivo di uno dei suoi artisti più celebrati nel mondo. In un settore effimero come quello della moda, ossessionato dal rincorrersi frenetico delle stagioni, Roversi ha saputo compiere un’impresa unica: fermare il tempo, inseguendo un ideale di assoluto attraverso i contorni sfumati delle sue leggendarie Polaroid grande formato e l’obiettivo della sua fidata Deardorff.
Approfondire l’opera di Paolo Roversi significa immergersi in una dimensione in cui il tempo lineare si sfalda. All’interno della Galleria emerge chiaramente come la scelta del banco ottico 8×10 non sia una semplice opzione stilistica, bensì una dichiarazione d’intenti. I suoi lunghi tempi di esposizione non catturano un istante rubato, ma un’estensione temporale dilatata in cui il soggetto ha lo spazio per abbandonare la posa, rivelando un’essenza intima, vulnerabile e profondamente scultorea.
L’allestimento immersivo disegnato da Ania Martchenko e valorizzato dalla progettazione illuminotecnica di Silvestrin & Associati amplifica questa sensazione di sospensione metafisica. Attraversare lo spazio espositivo diventa un’esperienza fisica che ricalca il processo creativo dell’autore.
Il percorso si snoda come un labirinto emotivo, accogliendo i visitatori in un corridoio che funge da piccola cosmogonia, dove gli sguardi magnetici di Kate Moss, Stella Tennant e Natalia Vodianova guidano verso un vestibolo dalle atmosfere fantasmatiche. Da qui si accede al cuore pulsante dell’esposizione, lo Studio. Un ambiente scarno, teatrale e quasi rituale, dove la fotografia si spoglia dell’artificio per farsi pura rivelazione. La sua nota tecnica di pittura con la luce, realizzata muovendosi nel buio attorno al soggetto con una torcia, trasforma l’atto fotografico in una performance pittorica.
L’oscurità nelle opere di Roversi non rappresenta mai un vuoto o un’assenza, ma un grembo denso da cui i volti affiorano con una consistenza visiva inedita, illuminando nature morte che paiono respirare.
Dallo Studio, lo spazio si biforca. Da un lato l’Archivio, dominato da un lungo tavolo e pareti in cartone, dall’altro la stanza delle Muse, dove le trame dei tessuti svelano presenze iconiche come Naomi Campbell, Golshifteh Farahani, Rihanna e la figlia Stella. Roversi ha lasciato Ravenna nel 1973 alla volta di Parigi, ma in un certo senso non se n’è mai andato. Ha semplicemente ricreato l’atmosfera della sua città natale nel suo atelier francese, lasciando che la luce fredda del Nord accarezzasse vecchi drappi e sgabelli di fortuna, rievocando le ombre che danzavano sulle pareti della sua camera da bambino affacciata su Piazza dell’Aquila.
L’influenza degli sfolgoranti mosaici di Sant’Apollinare, San Vitale e Galla Placidia permea ogni suo scatto. Le stampe di Roversi possiedono la medesima energia delle antiche tessere vitree bizantine, capaci di filtrare la luce per restituirla in bagliori opalescenti e sfumature inesauribili. La stessa nebbia di Ravenna, in grado di confondere le architetture cittadine avvolgendole in un’aura silente, rivive in quel fuori fuoco morbido e deliberato che ha reso la sua firma inconfondibile. A suggellare il senso profondo di questo ritorno è una poesia di Giuseppe Ungaretti, Casa Mia, che lo stesso fotografo elegge a introduzione perfetta del suo mondo interiore: Sorpresa dopo tanto d’un amore. Credevo di averlo sparpagliato per il mondo.mondo.
Questo inestimabile patrimonio visivo offre l’opportunità di esplorare le pagine più alte della cultura dell’immagine contemporanea. Lo spazio espositivo è ormai parte integrante del museo di via di Roma 13, accessibile al pubblico dal martedì alla domenica.
L’ingresso alla Galleria, compreso nel percorso museale, si trasforma in un invito a rallentare e a immergersi senza fretta nella poetica di uno sguardo ineguagliabile. Tutte le informazioni per pianificare l’itinerario sono a disposizione sui portali ufficiali del MAR e di RavennAntica.
Valentina Avogadro




