Le braci roventi e la selvaggina pregiata disegnano il progetto radicale dei fratelli Vergine

Nel cuore della Brianza un’esperienza immersiva esplora le radici del gusto. Le cotture ancestrali e i tagli del bosco rispondono a un’esigenza precisa del palato e della vista in un percorso di alta gastronomia selvatica

Il viaggio del colombaccioIl viaggio del colombaccio
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Grow cervo particolare

Il ristorante stellato Grow di Albiate sorge nell’omonimo comune della provincia di Monza e Brianza. I fratelli Matteo e Riccardo Vergine propongono un’idea radicale di ristorazione. La natura impone le regole del menù. Il fuoco vivo domina le preparazioni. L’etica ambientale modella il lavoro della brigata. Il progetto vanta una Stella Rossa e una Stella Verde Michelin.

Matteo e Riccardo Vergine ©beautytudine

Si aggiunge il premio Young Chef Award 2025 di Matteo Vergine. Il percorso degustazione abbandona la semplice sequenza di piatti. La sala offre una vera e propria esperienza sensoriale. Ogni ingrediente, ogni tecnica e ogni geometria visiva rispondono a una necessità esatta del palato. Varcare questa soglia significa accettare una sfida: spogliarsi delle convenzioni urbane per ritrovare un contatto sincero con l’origine.

L’anima trappeur e la selvaggina al ristorante Grow

Cervo affumicato ricoperto con cenere all’alga ©beautytudine

La Brianza svela il suo volto agricolo più intimo. La cucina abbraccia lo stile trappeur dei primi esploratori. Le cotture lente alla brace dettano un ritmo meditativo. La selvaggina pregiata dell’azienda Sant’Uberto domina la scena. L’obiettivo primario resta l’emozione pura. Le carni offrono consistenze tenaci. L’assaggio richiede attenzione e lentezza. Il sapore profondo stimola un contatto ancestrale con il cibo. Qui non si mangia, si abita il territorio attraverso il morso.

L’estetica del bosco e le radici del gusto

L’approccio selvatico coinvolge i sensi fin dal primo istante. L’arredo essenziale trasporta la mente tra gli alberi per preparare la percezione gustativa. Posate dai manici grezzi ricordano gli strumenti da lavoro dei boscaioli. I bocconi iniziali riposano su piccoli ceppi di legno di olivo. Il percorso terroso inizia con una fetta di lingua di cervo avvolta nella cera d’api e un sorprendente salame di carota. Seguono il fagiano all’aceto, la lepre affumicata a freddo, un germano reale, il cinghiale stagionato e fresche puntarelle. Una mini porzione di fico chiude questa prima fase cromatica e materica.

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La ricchezza di questi assaggi esige un intervento mirato. Il calice di Metodo Classico Haderburg Brut interviene con precisione. Lo sguardo coglie un giallo paglierino netto. Al naso il bouquet floreale si fonde con le note di frutta esotica. L’acidità del sorso danza con la sapidità dei tagli boschivi e rinnova lo spirito del palato. La freschezza delle bollicine prepara l’attenzione per le portate successive.

Il piatto botanico e la memoria del pane

I sensi accolgono ora le suggestioni del regno vegetale. La natura richiede una precisione assoluta in un’unica composizione sorprendente. Cardoncelli e finferli affrontano le temperature estreme delle braci. Il calore asciuga la superficie esterna. Il processo concentra i sentori di terra all’interno del fungo per massimizzare l’umami. Il palato avverte subito il bisogno di un contrasto netto. Un’arancia ghiacciata interviene nello stesso piatto. Lo shock termico amplifica l’intensità in un istante. Il gusto coglie ogni minima sfumatura. Il radicchio affumicato completa l’insieme offrendo una nota amara per resettare l’equilibrio.

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Il pasto si accompagna ai cereali poveri della tradizione lombarda. La pagnotta di mais profuma di campi. Una focaccina dorata sul fuoco rivela un cuore dolce di cipolla stufata. Sottilissime chips di grano saraceno ospitano una generosa noce di burro montato della casa. I carboidrati regalano un gusto pieno e una sensazione rassicurante.

Le carni del bosco e il Rosso di Valtellina

I profumi rustici dei cereali preparano il palcoscenico per il ritorno della selvaggina. La carne alza il coefficiente tecnico della cena. Il filetto di cervo subisce una pacata affumicatura per proteggere i succhi interni della fibra muscolare. Una fine cenere di alghe avvolge il taglio arricchendolo di sapidità. Il servizio gioca con forme primordiali portando in tavola le ossa dell’animale.

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La scapola sostiene un goloso brasato al tartufo. Un secondo taglio accoglie il midollo tiepido profumato al pepe della Tasmania. La complessità gustativa richiede un intervento esatto nel bicchiere. Il palato cerca freschezza per sostenere le note profonde della brace. Il servizio versa il Rosso di Valtellina 2024 di Marco Ferrari. Il calice rubino entra in scena con profumi di ciliegia e pepe bianco. L’acidità del frutto deterge il gusto in un attimo senza coprire l’essenza selvatica del piatto.

Il colombaccio e l’esperienza anatomica

Il cervo cede il passo a un nuovo protagonista alato. Il colombaccio merita un’esplorazione sensoriale che inizia con un consumé caldo e ristretto per preparare la percezione. Una piccola griglia accesa arriva al centro del tavolo.

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Il viaggio prosegue con il petto destro servito in una tartare passata velocemente sulle braci per un contrasto tra crudo e fumo. Il petto sinistro riposa su uno spiedino dopo una attenta frollatura che ne concentra gli aromi. La sequenza rivela l’intensità del cuoricino e la sapidità selvatica della coscietta alle erbe. Una polpetta ricavata dalle ali si accompagna a una maionese ai semi di girasole. A fianco del piatto, il filetto marinato nel brandy purifica il gusto e chiude con rigore tecnico la suggestiva esperienza.

La Stagione della Terra e il menù Muria

L’intera esperienza appena narrata prende il nome di Muria. Questo percorso rappresenta un’immersione completa nei sapori del territorio. Il ristorante celebra attualmente la Stagione della Terra. La selezione iniziale di carni in conserva introduce l’ospite al concetto di sopravvivenza ed esplorazione. Il palato scopre geometrie vegetali inedite assaggiando la terrina di verza arricchita da burro di mandorla e finocchietto.

Verza bruciata in brace, mandorla e finocchietto

Il viaggio accoglie altre sfumature della selvaggina da piuma. I ravioli di pernice riposano in un delicato brodo di zafferano e zenzero marinato. Il finale dolce sorprende la mente con accostamenti audaci. Il carciofo incontra la rotondità della vaniglia. La nocciola si fonde con le note calde di un caramello di bosco. Ogni singolo piatto chiude il cerchio di una narrazione primordiale.

Grow.pop: etica e accessibilità in Brianza

Il rispetto per gli ingredienti si evolve in un progetto parallelo. Il ristorante stellato Grow inaugura un formato diurno. Il menù Grow.pop rende questa visione accessibile durante la pausa pranzo.

La carta prevede un assoluto di cavolfiore dolcemente appassito sul calore e una guancetta di cinghiale con mais. L’impegno sociale prende forma in un orto collettivo curato insieme a ex carcerati e ragazzi diversamente abili. I gusci delle lumache vengono polverizzati per i pasti delle galline. Il calcio indurisce i gusci delle uova nel pollaio.

Matteo Vergine (LD)

La primavera e le nuove consistenze iodate

La visione del progetto supera la stagione in corso. I fratelli Vergine attendono la primavera per un cambiamento radicale alla carta. Il nuovo menù esplorerà l’orizzonte marino. Le braci roventi accoglieranno consistenze iodate per stimolare nuove risposte gustative. Il pescato riceverà lo stesso trattamento primordiale riservato oggi alla selvaggina. È l’eterno ritorno di una natura che non accetta di essere addomesticata, ma che si lascia finalmente comprendere da chi ha ancora il coraggio di ascoltarla.

Valentina Avogadro

https://growrestaurant.it/