Giro d’Italia: viaggio tra vigne e vette
Dalla storia di Treviso alle Dolomiti: un itinerario tra sport, territorio e lifestyle, sulle tracce della corsa appena conclusa
L’eco del Giro d’Italia ci fa da bussola in questo itinerario. Un’occasione per attraversare il Veneto assecondando un ritmo duplice, sospeso tra l’adrenalina della competizione sportiva e l’autenticità dell’esplorazione. Dalle acque di Treviso fino alle pareti dolomitiche, il percorso esplora dimore storiche, vigneti e rifugi d’alta quota
Treviso: l’eleganza dei canali e l’arte del bien vivre
Il punto di partenza naturale di questo viaggio è Treviso, una città la cui dimensione si misura a piedi e dove l’acqua detta da sempre le regole dell’architettura e della socialità. Il centro storico impone da subito un netto cambio di passo: partendo dall’Hotel Carlton, l’itinerario si è snodato tra l’eleganza di Piazza dei Signori, il salotto cittadino circondato dai portici e dominato dal Palazzo dei Trecento, per poi spingersi verso le arcate storiche della Loggia dei Cavalieri, struttura del milleduecento nata come luogo di ritrovo e di svago per l’aristocrazia locale.
Questa attitudine sociale trova la sua massima espressione passeggiando lungo il Canale dei Buranelli. Qui, i rami del fiume Botteniga si insinuano silenziosi tra palazzi affrescati e salici piangenti, restituendo un’immagine nitida in cui le antiche facciate si specchiano nei corsi d’acqua di risorgiva. È una rete urbana letteralmente disegnata sull’acqua, che costringe il visitatore ad abbassare la guardia e a rallentare i ritmi.
Per inquadrare appieno questa abitudine locale, è d’obbligo sedersi all’Osteria Acquasalsa, situata nella suggestiva cornice dell’Isola della Pescheria, un isolotto fluviale creato a metà Ottocento per ospitare il mercato del pesce. Questo spazio è l’epicentro indiscusso del “bacaro”: qui l’aperitivo non è una semplice pausa, ma un rito sociale radicato, onorato con un baccalà mantecato a regola d’arte e un risotto all’asparago bianco. A bilanciare le consistenze grasse e dolci del piatto, interviene la spalla acida e minerale di un calice di bianco della Cantina Manzoni, espressione netta del territorio trevigiano.


In perfetta continuità gastronomica, il pomeriggio è proseguito con il “Tiramisù Tour”, un percorso guidato nel centro storico attraverso le tappe che hanno visto nascere il celebre dolce. Transitando per l’arteria commerciale di Via Calmaggiore, si giunge all’indirizzo esatto dove la ricetta ha preso forma: Le Beccherie.

L’assaggio restituisce la formula originale: forma rigorosamente circolare, totale assenza di liquore e una centratura perfetta tra l’amaro del caffè, la polvere di cacao e la densità del mascarpone. Una preparazione domestica, messa a punto nel 1970 da Alba Campeol, oggi diventata un classico globale. Il legame tra la città e questo patrimonio immateriale è talmente solido che il prossimo ottobre Treviso diventerà il palcoscenico internazionale della Tiramisù World Cup 2026, l’attesa competizione mondiale che celebra l’eccellenza e l’evoluzione di questo dessert.
Roncade: la fortezza e la cultura del calice
Allontanandosi da Treviso, la pianura veneta si apre, dominata dalle geometrie del Castello di Roncade. Lontano dall’estetica ariosa delle classiche ville palladiane che punteggiano la regione, questo complesso rinascimentale, edificato nel 1514 dal patrizio veneziano Girolamo Giustinian, conserva una severa cinta muraria medievale protetta da un fossato e da massicci torrioni angolari. Un esempio architettonico che unisce la vocazione agricola all’antica esigenza difensiva del territorio, testimoniando un’epoca di profonda transizione per la Repubblica di Venezia.
Oggi, quella stessa tenuta è sede di un’azienda vitivinicola di riferimento. La discesa nelle cantine storiche di invecchiamento, sotto la guida della famiglia Ciani Bassetti, ha chiuso la visita con una degustazione mirata. Il tagliere di affettati artigianali ha trovato il suo abbinamento d’elezione nell’etichetta Baronessa Isabella , Manzoni Bianco e un Raboso del Piave DOC, vino dal tannino verticale, ruvido in gioventù ma capace di straordinaria eleganza con il giusto affinamento in botte.


La prima giornata si è conclusa ritornando verso il capoluogo, ai tavoli dell’Osteria La Colonnetta, con una proposta gastronomica di stretta filiera tradizionale: gnocchi di zucca con burro, salvia e ricotta affumicata, affiancati da un rosso Carmenere 2025 della cantina Casa Bacicchetto, per prepararsi al rientro all’Hotel Carlton.
Le colline del Prosecco e l’Osteria Senza Oste

Abbandonata la pianura, il secondo giorno l’itinerario si è arrampicato sui saliscendi tra Conegliano e Valdobbiadene, culla del celebre DOCG e territorio riconosciuto Patrimonio dell’Umanità UNESCO per la sua conformazione a “cordonata” e per la viticoltura eroica praticata sulle rive scoscese, che impone una vendemmia rigorosamente manuale. Per comprendere a fondo questa denominazione, la sessione mattutina alla Confraternita di Valdobbiadene ha permesso di approfondire la storia della Cella Vinaria, con gli interventi di Diego Tomasi, direttore del Consorzio di Tutela, e di Federico Della Puppa, site manager dell’Associazione per il Patrimonio delle Colline, analizzando i numeri di un comparto trainante per l’export nazionale.
Dalla teoria, il percorso si è poi spostato su una dimensione strettamente rurale, del tutto estranea alle logiche della ristorazione convenzionale. L’Osteria Senza Oste è un piccolo casolare in pietra isolato tra i filari, arroccato sulla collina del Cartizze. Nessun servizio in sala, nessuna cassa presidiata: la formula è totalmente autonoma, affidata a un distributore automatico.
Subito dopo, la Casera Rivagranda a Col San Martino ha fatto da cornice a una degustazione tecnica di Conegliano Valdobbiadene DOCG, dove una selezione mirata di salumi e formaggi del territorio ha accompagnato il perlage asciutto e tagliente del Prosecco Superiore (esclusivamente nelle declinazioni Extra Brut o Extra Dry).
Continuando a serpeggiare tra i tornanti, l’orizzonte si è aperto sul Leone Alato di Marco Martalar a Fratta di Tarzo: un’imponente scultura realizzata assemblando 3.000 radici recuperate dalla devastante tempesta Vaia e tralci di scarto delle vigne. Un’opera d’arte ambientale che converte i danni del maltempo in un simbolo concreto di rigenerazione. A breve distanza, il paesaggio sonoro si è fatto più intimo al Molinetto della Croda di Refrontolo, un mulino seicentesco incastonato nella nuda roccia, ancora oggi azionato dalla forza idrica del torrente Lierza.
Il pranzo a Ca’ del Poggio ha poi fuso l’eccellenza della ristorazione con l’attesa agonistica per il passaggio della carovana del Giro d’Italia, con il celebre Muro di Ca’ del Poggio a fare da spettacolare spartiacque tecnico per i corridori. Nel tardo pomeriggio, l’energia della corsa ha ceduto il passo alla storia e al folklore locale con il trasferimento a Feltre.

Prima di immergersi nelle atmosfere della ‘Notte Rosa’ – un evento rievocativo scandito da sbandieratori e giochi equestri legati al Palio cittadino – l’itinerario ha esplorato il cuore monumentale del borgo, toccando le imponenti architetture del Castello di Feltre e l’eleganza settecentesca del Teatro De La Sena. La tappa ha poi trovato il suo epilogo con il trasferimento all’Hotel Croce d’Aune a Pedavena per il pernottamento, chiudendo la giornata con un assaggio di Birra Dolomiti, storico marchio legato all’economia della vallata.
Le Dolomiti Bellunesi: roccia, acqua e pedali
Il terzo giorno, l’ingresso nel Bellunese ridisegna completamente l’orizzonte. Qui il paesaggio cambia volto nel giro di pochi chilometri: i boschi di conifere cedono il passo alla nuda roccia, dominati costantemente dall’imponenza del ghiacciaio della Marmolada. In questa dimensione d’alta quota, è la luce a modellare la percezione degli spazi. All’alba e al tramonto, la Dolomia reagisce all’inclinazione del sole accendendosi di rosa, arancione e viola grazie al celebre effetto dell’enrosadira.
Ma se la pietra cattura lo sguardo, è l’acqua ad aver scolpito la storia di queste valli, creando un solido legame economico con la Repubblica Serenissima. Per secoli, gli zattieri hanno trasportato i tronchi abbattuti nelle foreste bellunesi scendendo lungo il corso del Piave per rifornire l’Arsenale navale di Venezia; una rotta commerciale fondamentale, riassunta fedelmente nel detto locale: “Venezia non è che una foresta del Cadore capovolta”.

Se in passato erano i fiumi le principali vie di comunicazione a dettare i ritmi dell’economia, oggi il territorio ha saputo reinventarsi, strutturandosi strategicamente per accogliere un nuovo tipo di viaggiatore. Il lento defluire del legname ha lasciato il posto al dinamismo delle biciclette, che trovano il loro slancio lungo la Lunga Via delle Dolomiti (il panoramico ex tracciato ferroviario che collega Cortina a Calalzo) fino a sfidare il Gran Anello Bellunese (GAB), con i suoi 250 chilometri sterrati certificabili tramite un passaporto dedicato. A conferma di questa vocazione, l’agenda sportiva dell’estate si presenta densa di appuntamenti internazionali:
- 6 Giugno: La Velenosa Gravel (Valbelluna)
- 12 Giugno: 24h Feltre Connection (Feltre)
- 20 Giugno: Dolomites Bike Day (Arabba) e UCI Gravel World Series (Auronzo)
- 21 Giugno: Sportful Dolomiti Race (Dolomiti Bellunesi)
- 26-28 Giugno: Alpago Bike Funtastic (Alpago)
- 10 Luglio: Sportful Dolomiti Gravel (Valbelluna)
- 16 Agosto: Giro del Lago (Alpago)
- 6 – 12 Settembre: Sellaronda Bike Day (Arabba)
L’itinerario in quota: il Monte Civetta e la Tappa 19
Seguendo questa vocazione ciclistica, la risalita verso Alleghe ha ripercorso l’esatto tracciato della Tappa 19 (Feltre – Alleghe, Piani di Pezzè) del Giro d’Italia. Un tragitto che sa anche concedere necessarie pause di puro gusto territoriale, come la sosta alla Locanda Ristorante alla Stanga – situata strategicamente lungo la Strada Regionale 203, in località Mas – onorata in modo autentico con polpette calde e un calice di vino rosso. Un momento di convivialità che funge da perfetto preludio all’alta quota: il percorso impone infatti il confronto con pendenze severe e dislivelli importanti, come quelli che caratterizzano i complessi tornanti del Passo Duran e di Forcella Staulanza, banchi di prova per i professionisti del pedale dove le pendenze a doppia cifra non concedono respiro.
L’arrivo ad Alleghe e la successiva salita in quota ai Piani di Pezzè tramite gli impianti Ski Civetta hanno preceduto il pranzo al Rifugio Gran Baita Civetta.


Alle 16:50 in punto, l’arrivo della Tappa ha trasformato la struttura in un parterre panoramico per la competizione sportiva. Un punto di osservazione privilegiato per ammirare le dinamiche di gara e lo sforzo finale degli atleti, con la monumentale parete nord-ovest del Civetta a fare da anfiteatro naturale.
Conclusa la tappa, la cena è stata servita nel ristorante SestoGrado, all’interno dell’Hotel Naturae Log. Un menù rigoroso, basato su materie prime locali trattate con tecnica contemporanea e pulita: impasti ad alta digeribilità a base di avena e grano saraceno serviti con speck locale, uovo fondente adagiato su asparagi verdi al burro di malga, e un risotto Carnaroli invecchiato 18 mesi mantecato con cavolo viola ed erborinato. In abbinamento, il Pinot Grigio IGT della cantina Muraro ‘952. La chiusura è stata affidata a un tiramisù destrutturato, un omaggio al punto di partenza trevigiano.
L’ultima mattinata ha previsto l’esplorazione a piedi di Alleghe e della sua “Via delle Meridiane”. Sulle facciate dei palazzi del centro storico si svelano quattordici orologi solari affrescati, silenziose ed eleganti testimonianze di un antico legame con lo scorrere del tempo. A questa galleria a cielo aperto fa da controcanto l’imponenza del Monte Civetta – definito da Dino Buzzati “la muraglia di roccia più bella delle Alpi” – che custodisce ai suoi piedi il lago Coldai, specchio d’acqua segnato dalla memoria della storica frana. Proprio in questo anfiteatro naturale, in perfetta coincidenza con l’equinozio di primavera, si compie una vera e propria magia: i raggi del sole si incuneano con precisione teatrale tra le vette, accendendo quel suggestivo fenomeno ottico ribattezzato “Diamante del Civetta”.
Il rientro verso valle ha fatto tappa a San Tomaso Agordino per un passaggio tecnico sulla ZipLine, millecinquecento metri di fune metallica per un volo adrenalinico a centosessanta metri d’altezza. Un’esperienza che ha preceduto la discesa definitiva verso la Valle Imperina.
Qui, la passeggiata tra i resti dell’ex polo minerario – un sito di archeologia industriale attivo già dal 1409 per l’estrazione del rame, motore economico del Basso Agordino e vitale per rifornire la zecca di Venezia – ha fatto da introduzione al pranzo finale al ristorante “Alle Antiche Miniere“: tagliatelle caserecce al ragù di cervo e formaggio Schiz servito con polenta abbrustolita.
Prima di rimettersi in marcia verso Mestre, il bilancio è netto: questo viaggio ha saputo coniugare un’ospitalità curata fin nei minimi dettagli al fascino severo del suo paesaggio dolomitico. Un’esperienza che lascia addosso una solida certezza e la voglia inequivocabile di ritornare in queste valli ipnotiche.
Valentina Avogadro






















































