Casa Pogliaghi: l’intimo rifugio dell’esteta
Tra opere inestimabili ed eleganza d’antan, esploriamo un gioiello del Sacro Monte
Nel cuore della Lombardia, sulla sommità del Sacro Monte di Varese, si svela la villa-museo di Lodovico Pogliaghi: un eden eclettico dove arte antica, sfarzo architettonico e slow travel si fondono in un’esperienza multisensoriale
Esistono luoghi in cui il tempo sembra essersi fermato, cristallizzando il gusto, le ossessioni e lo spirito di un’intera epoca. Incastonata al culmine del pittoresco Viale delle Cappelle del Sacro Monte di Varese – palcoscenico prealpino lombardo di rara suggestione e Patrimonio dell’Umanità UNESCO – la Casa Museo Lodovico Pogliaghi non è una semplice dimora d’artista. È un manifesto tridimensionale, un buen retiro eclettico e una sontuosa Wunderkammer concepita per accogliere le multiformi passioni del suo creatore, in un’alchimia irripetibile di arte, natura e spiritualità.
Il laboratorio creativo
Per decodificare la magia di questa villa, è necessario immergersi nell’universo del suo artefice. Nato a Milano nel 1857 e cresciuto nei salotti dell’alta borghesia meneghina, Lodovico Pogliaghi fu un talento poliedrico: scultore, pittore, architetto, ornatista e finissimo scenografo. La sua fu una carriera costellata di trionfi monumentali, che lo portò a plasmare l’estetica dell’Italia post-unitaria, dialogando con la grande pittura di storia e le nuove istanze della comunicazione visiva. Stregato dalla quiete mistica del Sacro Monte, l’artista scelse questo rifugio montano per edificare l’opera della sua vita.
L’architettura esterna dell’edificio riflette appieno questa vocazione teatrale. Lontana dalle fredde simmetrie accademiche, la villa si sviluppa assecondando in modo organico le orografie impervie della roccia prealpina. Pogliaghi concepì l’involucro esterno come un palcoscenico eclettico, alternando loggiati ombrosi, vertiginosi terrazzamenti e spigoli di pietra viva che sembrano scaturire direttamente dalla montagna, in un gioco di pieni e vuoti che anticipa magistralmente la monumentalità degli interni.
La devozione di un esteta: l’ingresso
Ad accogliere lo sguardo oltre il portale monumentale è una dichiarazione d’intenti scolpita a chiare lettere. “Fundamenta mea in montibus sanctis” (“Le mie fondamenta sono sui monti santi”): è con questo verso, tratto dal Salmo 87, che la celebre epigrafe latina funge da preludio solenne. Varcata la soglia, il percorso svela immediatamente il suo primo, intimo capolavoro nel luminoso Atrio d’ingresso.
Alzando lo sguardo, le pareti stesse testimoniano l’effervescenza del padrone di casa: affiorano in alto decorazioni a fresco e tracciati incompiuti, lasciando intuire il tocco diretto di Pogliaghi e svelando la natura di un cantiere perpetuo, eternamente sospeso tra l’intuizione e l’opera finita. È in questa teatrale messa in scena che l’allestimento sfugge volutamente alla fredda rigidità cronologica, privilegiando l’impatto emotivo e la pulizia formale. La spiritualità mariana ha segnato, di fatto, il fil rouge dell’esistenza di Pogliaghi: basti pensare che la sua prima commissione di rilievo, nel 1878, ebbe per protagonista proprio una tela raffigurante la Vergine. Lo spazio ruota attorno alla purezza della Mater amabilis, intagliata nel Cinquecento dal tedesco Gregor Erhart e dotata dallo scultore di un nuovo basamento in stucco. Nelle teche adiacenti, isolate prospetticamente per sottrarre le opere a ogni interferenza, la composizione si fa ancora più raffinata accostando l’impeccabile rigore anatomico di un Cristo crocifisso della bottega del Giambologna e due affascinanti marionette Wayang Kulit del XIX secolo dalle silhouette nettissime.
A pochi passi dal nitore ligneo della Vergine, sempre negli spazi di raccordo dell’Atrio, l’estetica cambia di segno e si gioca tutta sui contrasti materici: l’imponenza ruvida di una scultura romanica in pietra del XII secolo – un telamone un tempo incastonato nel Duomo di Cremona – dialoga nel silenzio con la tenerezza affettiva e i toni morbidi di una Sant’Anna Metterza trecentesca in legno policromo.
L’estasi di Santa Bibiana: la Biblioteca
Il baricentro intellettuale della dimora prende forma nella Biblioteca. Un tempo studiolo privato dell’artista e oggi scrigno della sua produzione numismatica, questo ambiente cattura lo sguardo con un virtuoso bozzetto in terracotta del primo Seicento, attribuito a Gian Lorenzo Bernini. Sebbene la dolcezza del drappeggio e la posa carica di pathos spingano spesso a interpretare la scultura come una figura mariana – un facile inganno visivo, visto il tema portante della dimora – si tratta in realtà di un rarissimo studio preparatorio raffigurante Santa Bibiana.
L’opera definitiva, tradotta in un capolavoro di monumentalità marmorea, venne realizzata dal maestro per dominare l’altare maggiore dell’omonima chiesa all’Esquilino, a Roma. In questa creta modellata a Casa Pogliaghi, lontana dalla levigatezza del prodotto finito, si respira ancora l’istante febbrile della pura intuizione creativa barocca. Un’energia del “non finito” che si riverbera sulle pareti stesse della stanza: i disegni e gli studi decorativi abbozzati dal Pogliaghi – e volutamente o fatalmente lasciati incompiuti – si offrono allo sguardo come le pagine di un diario intimo, garantendo un accesso esclusivo e privilegiato alla mente dell’esteta.
Dalla porcellana all’oriente: le stanze del tempo
L’impatto si fa sfacciatamente opulento esplorando la Sala Rossa. Interamente foderata di damasco cremisi del XVIII secolo, la stanza è il trionfo dell’equilibrio estetico: su questo sfondo carico e sensuale emergono, come un lampo di luce, le candide porcellane della dinastia Ming, unendo in un solo colpo d’occhio il fasto occidentale al rigore formale orientale. Ancora più radicale è lo straniamento esotico offerto dalla Galleria d’Oro.
Più che una semplice stanza, è un capriccio architettonico di assoluto virtuosismo, in cui Pogliaghi si concesse l’ardire di fondere epoche e continenti. Immaginata come un fastoso hammam mediorientale, la galleria inganna lo sguardo e avvolge i sensi: il soffitto a specchi, arricchito da preziosi stucchi, dilata i volumi, mentre la luce diurna penetra morbida, filtrata attraverso finestre composte da purissime e traslucide lastre di alabastro.
È in questa scenografia fuori dal tempo che il moderno allestimento museale ha scelto di incastonare i sarcofagi dell’Antico Egitto appartenenti alla collezione dell’artista. Spogliati della loro severa gravità funebre, i preziosi reperti si trasformano in puri elementi decorativi, in un dialogo perfetto con le ossessioni orientaliste di fine Ottocento. A sigillare questa sequenza di meraviglie interviene l’Esedra, un intimo emiciclo neoclassico dedicato all’antichità classica. Frammenti ellenici ed ex voto etruschi vi sono disposti con geometrica pulizia, permettendo al visitatore di ammirare ogni reperto singolarmente, come un cammeo sottratto alla polvere del tempo.
L’Atelier e la monumentalità della materia
Il climax visivo si raggiunge nell’immenso Atelier, inondato da una luce zenitale che accarezza i volumi plastici esaltandone i profili senza sbavature. Qui troneggia l’opera che ha consegnato Pogliaghi alla storia: il modello originale in gesso, a grandezza naturale, della porta centrale del Duomo di Milano. L’opera è incorniciata da una scenografica scalinata in raro marmo rosa di Candoglia, una citazione materiale e poetica che lega per sempre questo intimo rifugio varesino al cuore pulsante della metropoli.
Il fascino del non detto: il piano superiore
A fare da silenzioso contrappunto a questo trionfo visivo vi è il piano superiore, un tempo scrigno dell’intimità domestica e snodo verso le camere da letto. Quest’area è oggi preclusa al percorso espositivo: una scelta che ammanta di ulteriore mistero la sfera privata dell’artista, convogliando tutta la meraviglia del visitatore esclusivamente sulle sale di rappresentanza e celando allo sguardo le stanze del quotidiano.
Il giardino storico e la rinascita filologica
L’esperienza estetica trascende le pareti della villa per fondersi organicamente con il paesaggio. Il parco è stato strutturato attraverso le linee rigorose delle siepi di bosso tipiche del giardino all’italiana. Lungo le terrazze erbose, le antichità archeologiche emergono come soggetti perfettamente isolati, liberi da ogni elemento di disturbo visivo, stagliandosi nitidi contro l’orizzonte. Un patrimonio mantenuto vivo da costanti campagne diagnostiche: i recentissimi restauri del 2023 hanno restituito all’antico splendore capolavori delicatissimi, confermando un rigore conservativo di altissimo profilo sotto la direzione della Veneranda Biblioteca Ambrosiana e la gestione operativa di Archeologistics.
Un’ascesa romantica: funicolare e “I Venerdì del Pogliaghi”

Raggiungere questo eremo è un invito allo slow travel. L’ascesa si compie con l’eleganza della storica Funicolare Liberty, riattivata nel 2000. Le moderne carrozze vetrate superano il dislivello in due minuti, permettendo di abbandonare l’auto per lasciarsi cullare dal ritmo della montagna. È in questa cornice che prendono vita “I Venerdì del Pogliaghi”, appuntamenti che uniscono alta cultura e raffinatezze enogastronomiche.
L’ultimo atto del 28 agosto prende il via allo storico ristorante Colonne per un aperitivo che profuma di Novecento (complice il leggendario Elixir al Borducan). Al calar della sera, le porte della Casa Museo si schiudono per una passeggiata notturna riservata. Sotto la guida dei curatori, si compie un viaggio intimo tra le ombre della villa, che si stempera infine nel fresco del giardino storico, chiudendo un cerchio perfetto tra edonismo e assoluta bellezza.
Valentina Avogadro




