A Palazzo Reale il genio di Picabia in un percorso onirico che sfida le regole dell’arte

Oltre 150 opere celebrano il maestro dadaista in un’esposizione immersiva. Niente ordine cronologico: l’allestimento è un viaggio ipnotico vissuto come una lunga notte

Allestimento Palazzo Reale ©Studio Nicama

A Milano, il tempo lineare si arrende alla vertigine onirica. Dal 9 ottobre 2026 al 24 gennaio 2027, Palazzo Reale accoglie Picabia. Aprire Le Porte Della Notte, un’imponente retrospettiva curata da Anne Berest Picabia che rinuncia alla rigidità cronologica per trasformarsi in un’esperienza immersiva. Attraverso 150 opere provenienti dalle più prestigiose istituzioni internazionali, fotografie e archivi privati, la mostra è concepita come una lunga notte insonne trascorsa accanto all’artista.

Ogni sala segna lo scoccare di un’ora notturna, guidando il visitatore dal crepuscolo alle prime luci dell’alba, in un viaggio dove l’irriverenza del Dadaismo incontra la fragilità umana.

Il crepuscolo e gli archivi della memoria

Il percorso si apre sotto gli auspici di Victor Hugo: «Oh Signore! Aprite le porte della notte!». È in questa dimensione di confine che prendono vita i celebri “Album neri”, tredici volumi realizzati tra il 1919 e il 1927. Più che semplici diari, si rivelano come una complessa macchina della memoria: ritagli, lettere d’amore, disegni di Cocteau e polemiche mediatiche si fondono in un collage in cui Picabia si fa architetto e archivista della propria esistenza.

 ©Studio Nicama ©Studio Nicama
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L’avanzare della notte ci trascina nell’anima spagnola dell’artista. L’Andalusia, terra delle origini paterne, pervade la sua estetica con una sensualità scura e inesorabile. È qui che nascono le sue “Trasparenze”, opere fondate su giochi di sovrapposizioni e di echi visivi. Come le architetture sivigliane filtrano la luce moltiplicando le prospettive, le tele di Picabia rivelano i soggetti proprio nell’atto di nasconderli, in un gioco di mistero continuo.

Il palcoscenico dell’assurdo e l’anatomia del movimento

Entrando nel cuore della notte, il ritmo si fa frenetico. Nel 1924, il sodalizio intellettuale con Erik Satie dà vita a Relâche, balletto “istantaneista” e provocatorio che annulla le convenzioni teatrali, integrando al suo interno la proiezione di Entr’acte di René Clair. È la consacrazione del movimento, una tematica che ossessiona il pittore fin dagli incontri con figure iconiche della danza, da Stacia Napierkowska a Isadora Duncan.

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Per Picabia, dipingere la danza significa frammentare lo spazio. Il corpo umano si scompone fino a farsi macchina, in una lucida e ironica convergenza tra organico e industriale. I meccanismi, spogliati della loro funzione utilitaristica, conquistano la tela diventando assoluti protagonisti di un’astrazione nuova e magnetica.

Desiderio, allucinazione e stanze segrete

Nessuna notte è priva dei suoi vizi e delle sue passioni. La sala dedicata alla Parata amorosa espone la sessualità senza filtri, concepita come motore creativo e strumento di trasgressione. Attraverso le lenti di un allestimento concepito come un peeping tom, il pubblico è invitato a spiare opere erotiche cariche di intensità, fino a imbattersi in capolavori come Femmes au bull-dog, dove l’ambiguità si mescola alla cronaca di guerra.

L’eros cede poi il passo all’estasi e all’alterazione chimica. I papaveri rossi, allusione neanche troppo velata all’oppio, sbocciano su fondi neri in tele dipinte durante il secondo conflitto mondiale. È l’esplorazione di uno spazio torbido in cui la percezione vacilla e le forme si dissolvono in allucinazioni, un tema ricorrente in opere come Thalamus e nelle tele Recto verso, pensate per essere ammirate da entrambi i lati, svelando come in Picabia un’immagine non cancelli mai del tutto l’altra.

Chimeras, devozione e feste mondane

Nel momento in cui l’oscurità si fa più profonda, affiorano i mostri. In un’oscillazione ciclotimica tra euforia e depressione, Picabia popola le sue opere di figure ibride, clown impiccati e maschere ghignanti. Eppure, questa inquietudine convive con un’inaspettata vertigine mistica. Rielaborando l’eredità barocca spagnola e le processioni della Settimana Santa, capolavori come L’Éclipse (1922) reinterpretano il sacro e la figura della Vergine con un sincretismo spiazzante.

Per esorcizzare il vuoto, non resta che celebrare. Stabilitosi al Château de Mai a Mougins, Picabia si trasforma nel gran cerimoniere della Costa Azzurra. Tra Gala des Fous e Bal des Cannibales, l’alta società si traveste e si mette in scena. La modernità diventa un carnevale perpetuo in cui la festa non è una distrazione, ma il vero e proprio atto performativo dell’avanguardia.

L’alba: la luce come ultimo atto di ribellione

Il viaggio si conclude, inevitabilmente, con il chiarore del mattino. L’ultima sala porta il titolo di una sua folgorante intuizione: «Il giorno non è il contrario della notte». Picabia rifiuta lo scontro tra gli opposti, scegliendo di sovrapporli. Dopo aver esplorato gli abissi e la solitudine, le sue ultime opere reclamano la luce.

Di fronte al minimalismo siderale di Point (1951), concepito negli ultimi anni di vita, si coglie il testamento di un uomo che, indebolito nel fisico, trova la sua pacificazione visiva in un bagliore essenziale. È l’epilogo luminoso di un provocatore seriale che, con il poco tempo rimasto a disposizione, ha deciso consapevolmente di dipingere un’aurora.

La Redazione

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