La scultura fluida che insegna alla materia l’arte di rinascere

Al CUBO di Torre Unipol, la mostra “Ancora una volta, una volta ancora” trasforma cocci di ceramica in opere vive. Un invito tattile ad abbracciare le nostre cicatrici

Alberto Gianfreda. Nothing as it seems, 2026

C’è una profonda, sofisticata eleganza nell’accettare l’imperfezione, un fascino che risiede interamente nella capacità di mutare forma senza smarrire la propria essenza. È questa l’intima riflessione sussurrata dalle opere di Alberto Gianfreda, scultore lombardo classe 1981, che traccia una rotta divergente e squisitamente umana nel panorama dell’arte contemporanea. Laddove la scultura ha storicamente imposto la sua presenza con inamovibile e ieratica gravità, Gianfreda sceglie di non limitarsi a plasmare i volumi, preferendo indagarne l’anima. Sovverte le rigide logiche della staticità per proporre una visione in cui la materia si fa fluida, duttile, capace di respirare in perfetta sintonia con lo spazio e con chi lo attraversa.

Il suo linguaggio visivo si fonda su un paradosso magnetico: per creare, è necessario prima infrangere. Il processo artistico prende il via da un gesto catartico, apparentemente distruttivo ma guidato da una precisione chirurgica. Con un colpo di martello, l’artista interviene su oggetti densi di memoria e quotidianità – antichi vasi in preziosa porcellana cinese, manufatti storici della tradizione italiana, piatti di uso comune – spogliandoli in un istante della loro fisionomia originaria. Eppure, in questa colta estetica del frammento, il trauma inflitto alla materia non rappresenta mai un traguardo nichilista o una fine ingloriosa. Al contrario, si rivela come l’indispensabile preludio a una genesi inedita.

Questa destrutturazione controllata diventa la traduzione fisica e tangibile della “resilienza”, concetto che per Gianfreda supera ampiamente i confini della speculazione teorica per farsi vero e proprio manifesto, tanto da averlo spinto nel 2013 a fondare l’omonimo movimento culturale. L’intuizione è potente: l’identità non si dissolve nella frattura, ma trova un nuovo, sorprendente equilibrio proprio accogliendo la propria intrinseca mutevolezza. Attraverso una sapiente ingegneria che ricorda l’alta sartoria applicata al metallo, lo scultore raccoglie i cocci e li intesse meticolosamente su complesse maglie e catene in alluminio. L’esito di questo certosino lavoro di ricucitura si traduce in quelli che appaiono come “scheletri morbidi”: sculture flessuose, capaci di assecondare le geometrie dell’ambiente, di piegarsi e rialzarsi. Non più freddi blocchi inerti, ma organismi in perenne divenire.

Alberto Gianfreda

Dal 6 novembre 2026, questo straordinario alfabeto visivo arricchisce l’orizzonte di Bologna con un allestimento che dialoga in netto contrasto con l’architettura che lo ospita. Lo Spazio Arte al venticinquesimo piano di CUBO in Torre Unipol – un involucro di vetro e acciaio proiettato verso il cielo – accoglie Ancora una volta, una volta ancora, la nuova esposizione personale dell’artista, sapientemente curata da Ilaria Bignotti e Francesca Guerisoli. Lungi dall’essere monumenti silenti da ammirare con reverenziale distacco, le creazioni di Gianfreda chiedono esplicitamente di essere vissute, abbattendo le barriere dell’esposizione tradizionale ed elevando il visitatore al ruolo cruciale di co-autore.

Il percorso espositivo si snoda come una raffinata partitura sensoriale, concepita per scardinare le certezze visive fin dal primo istante. Si apre esplorando la sottile linea di demarcazione tra reale e virtuale, partendo da un gesto di rottura condiviso sui social network che ha scatenato migliaia di riflessioni su fragilità e ricostruzione, per poi immergersi nella fisicità tridimensionale di Materia comune (2025). Questo monumentale tappeto di ceramica bianca, magicamente sospeso su undici piedistalli museali, lancia una provocazione pacifica: invita il pubblico a sedersi, instaurando un dialogo corporeo in cui la dura ceramica cede per sostenere il peso umano, in una perfetta e reciproca metafora di fiducia e sostegno.

Alberto Gianfreda, dettaglio di Materia Comune, ceramica, catena in alluminio e sgabelli, dimensioni ambientali, 2025

Procedendo, ci si imbatte nella scenografica installazione Nothing as it seems (2026), una complessa costellazione di vasi frammentati dove il tabù assoluto dell’intoccabilità museale viene definitivamente azzerato. Il pubblico è chiamato ad avvicinarsi e a manipolare liberamente le forme, alterandone le proporzioni e attivando, attraverso lo scivolamento dei cocci sulle maglie metalliche, un paesaggio sonoro del tutto inaspettato. L’attrito secco e il tintinnio ritmico si riverberano nell’aria, restituendo una dimensione acustica che rende l’opera un’entità in costante metamorfosi.

A sigillare questa ascesa – che dalla dimensione orizzontale della condivisione sale verso la verticalità dello spirito – si erge maestosa l’opera Ancora una volta (2026). Una scultura parietale imponente, alta due metri e mezzo, che sceglie di abbandonare l’interazione tattile diretta per concedere al visitatore un momento di pura e altissima contemplazione. Qui, centinaia di frammenti dissimili trovano un ordine corale, un equilibrio compiuto, maturo e rassicurante.

Visitabile a ingresso libero, la mostra di Alberto Gianfreda si inserisce con assoluta naturalezza nelle narrazioni lifestyle più colte ed evolute. In un’epoca che rincorre con affanno un ideale di perfezione inossidabile, levigata e spesso artificiale, i suoi cocci risuonanti ci ricordano con straordinaria poesia che l’identità, proprio come la bellezza più autentica, non è mai un blocco inerte da preservare gelosamente sotto una teca. Le nostre fratture, se accolte con coraggio e sapientemente ricucite attraverso la relazione con l’altro e con lo spazio, non deturpano, ma impreziosiscono. Sono cicatrici pronte a trasformarsi in nuove trame, capaci di resistere all’usura del tempo e di affascinarci, ancora una volta, e una volta ancora.

Angela Rover

  • Mostra: Alberto Gianfreda. Ancora una volta, una volta ancora
  • A cura di: Ilaria Bignotti e Francesca Guerisoli
  • Dove: CUBO in Torre Unipol – Spazio Arte, 25° piano (Via Larga, 8, Bologna) – Italia
  • Date: 6 novembre 2026 – 15 maggio 2027
  • Orari: Lunedì 14.00-19.00; da Martedì a Venerdì 9.30-20.00; Sabato 9.30-14.30. Domenica chiuso.
  • Ingresso: Libero